Torniamo a fianco dei lavoratori!

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In queste settimane, caratterizzate da due diversi scioperi chiamati dal sindacalismo di base, è tornata al centro della discussione politica, tra compagni e non, la questione relativa al mondo del lavoro, sul suo stato di salute e sulle prospettive di lotta, a partire dall’attacco del governo Gentiloni al diritto di sciopero.  

Nonostante il governo a guida PD continui a sbandierare il calo della disoccupazione, oggi intorno all’11%, e la crescita del PIL, intorno all’1,5%, la condizione del mondo del lavoro in Italia appare drammatica, almeno dal punto di vista dei lavoratori o di chi un lavoro non è ancora riuscito a trovarlo.
La tanto famigerata ripresa di cui Gentiloni e compagnia bella continuano a vantarsi, è fortemente ridimensionata dai dati e dal contensto in cui si manifesta: la crescita del PIL ha carattere internazionale e si attesta in media intorno al 2,5%, per cui l’Italia figura come mero fanalino di coda, e il calo della disoccupazione, che riguarda soprattutto lavoratori avanti negli anni, mentre la disoccupazione giovanile continua ad aumentare, è prodotto da assunzioni a tempo determinato e da forme di lavoro occasionale ( voucher o “presto”), che non sono certo il modello di sviluppo auspicabile per i lavoratori di oggi e di domani.
La recente riforma sul lavoro, il Jobs Act, ha avuto come unico risultato una maggiore esposizione dei lavoratori all’ arbitrio dei padroni, dei datori di lavoro, che oggi si possono permettere di farci lavorare di più, in condizioni sempre peggiori e per salari sempre più esigui. Come se non bastasse, l’abolizione dell’articolo 18, chiaro strumento di disturbo al potere organizzativo dei lavoratori, ha prodotto una ulteriore precarizzazione dei nuovi assunti e un evidente dirottamento della ricchezza verso quel sistema aziendale che da tempo ha smesso di investire e che è reso ancora più forte dal ricatto esercitabile sui lavoratori che provano ad alzare la testa e che possono essere licenziati dall’oggi al domani.

Chiaramente questo processo non inizia con il Jobs Act, ma ha radici ben più profonde, da ricercare almeno nel corso degli anni ‘90 con i vari Prodi e D’Alema, colpevoli di aver distrutto ogni residuo di quella coscienza di classe costruita attraverso un secolo di lotte dei lavoratori e di averci fatto credere che la classe operaia non esiste più, uno slogan tanto falso quanto disgustoso che addirittura alcune aree di compagni hanno fatto proprio, assuefatti magari dei dati che, decontestualizzati, posso essere fuorvianti.
Prendiamo, ad esempio, il calo sostanziale del peso dell’industria sul prodotto interno lordo italiano dagli anni ‘70 ad oggi, dal 30% del 1971 al 18% del 2011, a cui corrisponde l’aumento del contributo dei servizi passato dal 53% al 73%, dati questi che, oltre a confermare la trasformazione del mondo del lavoro verso la cosiddetta società del terziario avanzato, vanno letti alla luce dell’esternalizzazione dei servizi all’interno dell’industria, un tempo appartenenti a tutti gli effetti a quello stabilimento e oggi invece affidati ad aziende private che pur operando dentro lo stabilimento hanno forme contrattuali e datori di lavoro differenti, un modo come un altro per frammentare I lavoratori e impedirgli di organizzarsi.

Un ruolo decisivo in questo senso assume il mondo della formazione, con scuole e università che sempre di più sembrano riprodurre il modello aziendalistico, dominato da competizione, sfruttamento e precarietà, oggi dominante nel mondo del lavoro. Basti pensare all’alternanza scuola-lavoro introdotta dal governo Renzi, una forma di lavoro non retribuito e totalmente scollegato dall’indirizzo di studio scelto, che obbliga gli studenti a lavorare gratuitamente in aziende private, tra tutte Zara e McDonald’s, abituandoli alla totale sottomissione all’arbitrio aziendale e all’assoluta assenza di consapevolezza dei meccanismi reali del mondo del lavoro e della natura del potere economico, generando l’incapacità di leggere le problematiche sociali e di riconoscere in chi lavora accanto un alleato.
Ancora più spietato il nuovo modello universitario, costruito a partire dalla riforma Ruberti del 1990, che oggi si manifesta come una gara solitaria al CFU, condita da esperienze di stage e tirocini gratuiti e priva di qualsivoglia spazio, non solo fisico, di discussione e organizzazione tra studenti, troppo impegnati a specializzarsi in maniera acritica in un qualsiasi microsettore lavorativo, a cui accederà comunque dopo molti anni passati a lavorare gratis o a pagare concorsi e ulteriori momenti di formazione o specializzazione.

Chiaro appare il ruolo dell’Unione Europea in questo nuovo modo di intendere la formazione e il lavoro, visto il palese tentativo di questo organo sovranazionale di costituirsi come nuovo polo politico, economico e militare, formato da un centronord che raccoglie eccellenze e centri decisionali e un sud sempre più destinato alla produzione di forza-lavoro a basso costo, basti citare a conferma di questa tesi i dati relativi agli investimenti nel mondo della formazione in italia e paragonarli al resto dell’UE: in Italia investiamo circa il 4% del PIL sulla formazione, di cui solo lo 0,4% sull’università, a fronte di una media europea del 4,9%, con paesi come la Germania che solo sull’università spendono più dell’1%.

Per tutti questi motivi, ci auguravamo che il sindacalismo di base riuscisse a trovare unità almeno nella costruzione di un unico grande sciopero generale, che portasse in piazza un gran numero di lavoratori, comprese quelle fasce impiegatizie in via di proletarizzazione come gli insegnanti. C’è la necessità di rispondere agli attacchi padronali e bisogna farlo adesso prima che sia troppo tardi… Non possiamo rimanere immobili su posizioni personalistiche mentre il governo continua ad attaccarci e la società continua a subire un evidente spostamento a destra.
Abbiamo bisogno di un fronte di lotta comune, che ricostruisca coscienza di classe tra i lavoratori e in questo il sindacato, che piaccia o meno, ha un ruolo fondamentale, sebbene da solo insufficiente. Il sindacato rimane, infatti, il punto di raccolta e organizzazione dei lavoratori per poter trattare con i padroni, è il primo embrione di coscienza di classe e permette al lavoratore di rivendicare i propri diritti e accorgersi della sua essenzialità per il sistema produttivo, interviene direttamente, insomma, nella contraddizione capitale-lavoro. In questo senso il sindacato, quando agisce in difesa dei lavoratori, va sempre supportato, pensando anche a come entrare in contatto con quei lavoratori organizzati dai sindacati reazionari, concentrandoci sempre di più sul contenuto (i lavoratori) che sulla forma (tipo di sindacato).

Come detto sopra, però, il lavoro del sindacato è si necessario, ma chiaramente insufficiente. Esso riguarda il mero aspetto quantitativo della lotta, si occupa dei salari, delle ore lavorative, ma non può, per sua natura, andare oltre la vertenza e unire i lavoratori, ruolo questo che spetta alle organizzazioni comuniste, le quali possono certamente, anzi devono sostenere le lotte sindacali e fornire sostegno di ogni tipo ai lavoratori (da strumenti legali a canali comunicativi), ma devono soprattutto spingerli a porsi sul piano politico, quello dei rapporti di forza complessivi tra le classi, quello decisionale e di gestione complessiva della società, al di là quindi del sindacato di appartenenza, del territorio in cui vivono e lavorano, della categoria lavorativa o dell’azienda di appartenenza.

Il compito di chi come noi mira alla sovversione totale del mondo del lavoro in chiave comunista, è quindi sostenere la lotta di carattere quantitativo, ma puntare sempre al mutamento qualitativo dei rapporti complessivi, insomma, per dirla con uno slogan, bisogna sostenere la resistenza, ma preparare l’offensiva!

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