CI SIAMO RIPRESI LA TERRA, LE NOSTRE VITE E L’ABBONDANZA. ADESSO VOGLIAMO LA LUNA!

Era settembre quando abbiamo scritto il comunicato dal titolo “Riprendiamoci la terra, la vita, la luna e l’abbondanza”. Il senso era chiaro: volevamo riprenderci tutto ciò che è nostro, dagli spazi di socialità e aggregazione, fino alla gestione dei tempi delle nostre vite. Uno slogan per noi parecchio significativo che è il continuum di un’analisi che un anno fa, nel novembre 2016, abbiamo socializzato attraverso il nostro vecchio blog. Infatti, è stata l’anno scorso l’inaugurazione dei nostri primi laboratori in Piazzetta, perché credevamo, e lo crediamo tuttora, che quelli sono dei momenti di socialità, di condivisione e di aggregazione, utili a ricostruire un tessuto sociale forte e alternativo rispetto a quello riconosciuto, capace di creare legami e rapporti sociali sempre più sfilettati nella società di massa, dell’individualismo e del mondo virtuale; i laboratori permettono di sottrarre forze all’universo dei social network e di internet, e di inserirle nel mondo reale, nelle piazze e nelle strade della tua città, ridisegnando anche uno scenario di conflitto non indifferente. Ancora, se vogliamo andare indietro, dovremmo parlare del settembre 2015, quando per la prima volta utilizzammo espressioni come “tessuto sociale alternativo”, “volontà politica popolare”, proprio per indicare anche il ruolo di noi militanti all’interno del conflitto: costruire forze, potere popolare, reti sociali capaci di creare, hic et nunc, opposizione reale al sistema capitalistico, sottrargli forza, sfaldare le file del nemico, e ricostruire quotidianamente piccoli mondi, piccole comunità, piccole resistenze, capaci di offendere, di conquistare terreno e legittimità nel tempo. D’altronde, e poi non possiamo andare ancora oltre, dovremmo parlare del primo giorno della nostra militanza e arrivare fino ad oggi: siamo nati e cresciuti praticando, stando nelle strade, vivendo dentro le contraddizioni, sperimentando in una piazza, all’aperto, facendo intervento politico per la prima volta in un tecnico industriale storicamente di destra, trasformandolo in una roccaforte di sinistra della politica studentesca catanese. Dovremmo andare indietro di qualche anno per riconoscere che questa idea, questo modello, questa teoria, questo ragionamento erano intrinsechi alla nostra pratica politica. Dovremmo guardarci ora, nel presente, per renderci conto di dove siamo arrivati. Dovremmo poi osare e sognare un avvenire di lotta e resistenza, di creazione e costruzione, di vittorie e conquiste. E lo faremo!

A CHE PUNTO SIAMO ARRIVATI?

Proveremo, paragrafo dopo paragrafo, a sintetizzare i nostri interventi di questi ultimi mesi. Tireremo alla fine delle conclusioni lasciando un portoncino aperto, dove chiunque può entrare e immergersi nella militanza futura.

NELLE SCUOLE C’E’ FERMENTO: ALTRO CHE GENERAZIONE FALLITA!

Storicamente stiamo ben attenti ai cambi generazionali. Per noi sono tutto e vorremmo fossero tutto per tutti i compagni e le compagne, per tutti coloro fanno parte di una struttura politica, perché sono quei processi che ti permettono di determinare la tua stessa esistenza, che ti creano le possibilità per immaginare un futuro e che ti danno la certezza che tutto quello che hai fatto non andrà perduto. Questo è quello che è successo a noi quest’anno nelle scuole. Una intera generazione si è diplomata e ha dato spazio ad una nuova, fatta di forze fresche e creative, giovanili e determinate, che hanno ereditato una storia, una teoria e una pratica, e che hanno messo a disposizione volontà e passione. In sei scuole ci siamo ritrovati ad intervenire politicamente, ma la cosa più bella probabilmente è che con altre scuole e altri collettivi si è riusciti a creare una rete di discussione, solidarietà e condivisione non indifferente, che nelle manifestazioni studentesche ha preso corpo attraverso uno slogan, poi portato in giro in tantissime occasioni, “Potere agli studenti”.
Attorno a questo slogan si sono create mobilitazioni, dibattiti, si sono costruite vertenze e si è creata anche un’identità politica, un riferimento politico: tante studentesse e tanti studenti si sono riconosciuti in questo slogan perché rappresenta totalmente l’opposizione che ormai da anni si porta avanti contro la Buona Scuola e, dunque, nello specifico contro l’alternanza scuola-lavoro e l’accentramento del potere decisionale nelle mani del Dirigente Scolastico. Potere agli studenti rappresenta anche una pratica: gli studenti quotidianamente costruiscono il loro potere, nei loro luoghi di studio, attraverso iniziative, autogestioni e occupazioni, sottraendo tempo al sistema educativo dominante, che fa competere e divide, e riutilizzandolo per creare (anche qui) hic et nunc, un sistema educativo ideale, fatto di collaborazione, solidarietà e condivisione. Ci sono state delle esperienze significative nelle scuole che dimostrano tale fermento? Certamente sì. Possiamo citare le manifestazioni studentesche e tutte le vertenze che si sono mosse attorno alla questione dell’edilizia scolastica; possiamo parlare delle assemblee partecipatissime da studenti di diverse scuole su questa tematica o sul tema dell’alternanza scuola lavoro; possiamo parlare delle autogestioni che si sono sviluppate in diversi istituti e soprattutto delle due occupazioni al Principe Umberto e all’Archimede, oltre che all’Eredia e al Galileo che si sono accodate. Attraverso queste azioni si sono creati dei forti nodi conflittuali e una rete di scuole solidali che fanno fronte unico rispetto al nemico. Tanti sono ormai gli studenti medi che si trovano nelle manifestazioni cittadine, nelle iniziative politiche e culturali, nelle assemblee, nei benefit, e questa è la dimostrazione che ciò che abbiamo fatto negli anni non è stato perduto, e che anzi si prospettano giorni ancor migliori!
In molte scuole, per il nuovo anno, si sta spingendo affinché esistano degli spazi autogestiti all’interno dei propri istituti. C’è fermento perché c’è coscienza. C’è coscienza perché c’è lavoro dietro. C’è lavoro dietro perché c’è crisi e rabbia sociale diffusa che va struttura e organizzata. Il gruppo LPS, attraverso una rete di contatti in Sicilia e in tutto il territorio nazionale, sta provando a diffondere idee e pratica politica, a creare dibattiti e momenti di discussione, a dimostrazione di una cosa molto semplice, ovvero che c’è voglia di mettersi in gioco, niente paura e tanta passione per la libertà! Altro che generazione fallita…

IL TEMPO DELLA RASSEGNAZIONE E’ FINITO, ORGANIZZIAMOCI

E’ questo lo slogan che ha caratterizzato questi mesi di attività politica all’università. Abbiamo iniziato ad agosto, nel caldo torrido che caratterizzava le mattine estive. Abbiamo deciso di volantinare alle Ciminiere, contro il sistema dei test d’ingresso e e del numero chiuso, così da farci conoscere fin da subito. Quello è stato il primo momento in cui abbiamo iniziato a parlare di università come “cimitero della cultura” e di spazi all’interno dei nostri dipartimenti. Perché? La logica è sempre la stessa: avere uno spazio vuol dire aver conquistato qualcosa. Aver conquistato qualcosa vuol dire aver tolto a qualcun altro, in questo caso al sistema universitario, rigido, chiuso e, come abbiamo detto prima, simile a un cimitero, dove la cultura e i saperi sono appiattiti e omologati e la rincorsa ai cfu sembra essere l’unico obbiettivo da raggiungere. Avere uno spazio significa anche ridisegnare uno scenario di conflitto, perché avere un’aula autogestita o una stanza occupata, vuol dire avere la possibilità di rompere il tipo di (non)socialità che esiste all’università, di costruirne una nuova, di aggregare forze, e di creare alternative politiche e sociali quotidianamente, dando un senso (il tuo senso) al sapere, alla cultura, attraverso iniziative culturali e artistiche. Attraverso uno spazio riesci anche a fare politica, cosa che all’università si dice non si debba fare. Cavolate. Come può un ragazzo o una ragazza di 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, anni etc, non fare politica, non occuparsi del bene comune, non dibattere su ciò che succede intorno a lui/lei? Ci hanno abituato a questa idea e siccome noi non siamo d’accordo, siccome crediamo che la politica sia tutto e vada praticata e vissuta, con quel volantinaggio ad agosto abbiamo voluto iniziare questo percorso qui, quello capace di creare consapevolezza, di scardinare il meccanismo della rassegnazione e dell’indifferenza, di attivare invece un altro meccanismo, ovvero quello della politicizzazione. Il nostro slogan voleva dire proprio questo: rompere queste catene, prendere coscienza e agire, perché non c’è più tempo da perdere. Da agosto a settembre ci siamo impegnati in questa operazione di informazione, facendo conoscere il nostro “Movimento Universitario Autorganizzato”, iniziando a parlare dell’utilità degli spazi sociali, e iniziando ad immaginare un percorso politico utile ad attivare, intorno al tema dell’aula autogestita, un movimento di studentesse e studenti interessati. Dopo una prima assemblea abbiamo iniziato a fare dei banchetti di raccolta firme per presentare al rettore una richiesta di assegnazione di uno spazio inutilizzato all’interno dell’Ateneo ( ci siamo resi conto, attraverso varie ricerche, che ne esistono moltissimi) per adibirlo ad aula autogestita. Chiaramente le continue richieste sono state vane, e dopo una settimana di raccolta firme in più dipartimenti, dopo aver raccolto 1000 firme, dopo aver mandato l’ennesima richiesta che non ha, nuovamente, ricevuto risposta, abbiamo deciso di avanzare un altro passo e di fare un’azione che ci portò, da lì a poco, a smuovere le acque, a far parlare la gente di ciò che abbiamo fatto, a incuriosire gli studenti, ad aprire insomma una discussione e un dibattito intorno a ciò che di politico si faceva all’università: occupammo i locali dell’ex bar del dipartimento di scienze umanistiche, inutilizzato ormai da due anni, per farci un’aula autogestita. Lo spazio lo lasciammo dopo qualche ora perché la quantità di materiale depositato dentro non ci permetteva di utilizzarlo come avremmo voluto e perchè, parlando con i dirigenti dell’ateneo, concordammo un incontro con il rettore sulla questione. Diversi sono stati gli appuntamenti, diverse le chiacchierate, pochi i risultati: nessuna assegnazione di aula, nessun passo avanti decente verso di noi. Solo proposte indecenti come ad esempio la possibilità di avere uno spazio per un anno attraverso un progetto da noi presentato al rettore, con la presenza e l’autorizzazione di un docente, insomma una persona che ci controllasse e monitorasse costantemente la situazione. La nostra logica è totalmente diversa, dunque abbiamo rifiutato!
La cosa più interessante, però, è che i locali di quell’ex bar adesso sono stati riaperti e adibiti ad aula studio, a dimostrazione del fatto che la lotta paga e che attivandosi qualcosa cambia. Questo messaggio è passato tra i nostri colleghi, motivo per cui le assemblee sono state più partecipate e siamo riusciti ad aggregare di più. Infine, oltre alla partecipazione del MUA allo sciopero generale del 10 novembre, una vertenza che abbiamo aperto e che continueremo a portare avanti è quella delle borse di studio: attraverso azioni dirette, assemblee, volantinaggi, incontri formali, abbiamo provato a sbloccare la situazione, ma ancora non ci siamo riusciti. Questa, insieme alla questione degli alloggi, ci sembrano essere le vertenze e i temi più caldi utili a scrivere un altro pezzettino di mobilitazioni studentesche universitarie di questo altro metà anno accademico, in cui certamente continueremo a parlare anche di spazi e proveremo a inaugurare nuovi canali di comunicazione indipendente, degli studenti per gli studenti, che ci permettano di esprimere il nostro punto di vista su tutto ciò che riguarda l’università di Catania e di ragionare, a partire da una questione locale, sulle contraddizioni generali dell’attuale modello universitario e del sistema di cui esso è espressione, un modo nuovo di arrivare ai nostri colleghi e stimolare ciò che dovrebbe porsi alla base del sistema universitario, ovvero senso critico e dibattito.

SOSTENERE LE RESISTENZE, PREPARARE L’OFFENSIVA!

Da settembre, abbiamo inaugurato anche un nuovo ambito di intervento, probabilmente quello fondamentale per provare a costruire un mondo migliore, occupandoci di lavoro.
Siamo partiti dalle considerazioni e dalle analisi del testo “Dove sono i nostri?” da cui, attraverso l’individuazione della nostra classe di riferimento in questo momento storico, ha preso vita l’esperienza del Clash City Workers, un’organizzazione che si pone l’obiettivo di sostenere i lavoratori in lotta e porre le condizioni affinché chi porta avanti le varie vertenze si renda conto del proprio ruolo all’interno del processo di produzione e dei reali meccanismi che dominano il mondo del lavoro e il sistema nel quale si trova a vivere, in modo da sviluppare coscienza di classe e di fatto comprendere la necessità di un mutamento complessivo e radicale della nostra società.
Da questa considerazione, che si potrebbe riassumere nella formula “sostenere la resistenza e preparare l’offensiva”, abbiamo deciso di intraprendere anche qui a Catania un percorso che ci permettesse di entrare a contatto con i lavoratori della nostra città, riuscendo appunto a fornire il supporto di cui hanno bisogno (logistico, legale, numerico…) e proiettare la singola vertenza all’interno della dialettica di classe, quindi garantendo un processo che sia di sindacalizzazione e di politicizzazione dei soggetti con cui entriamo in contatto, provando nel tempo a formare gruppi compatti di lavoratori che lottino al di là della vertenza, portando le rivendicazioni su una dimensione più amplia, di classe appunto, che gli consenta di riconoscere nel lavoratore coinvolto in una vertenza diversa e che lavora in un ambito diverso un alleato insieme con cui lottare.

In questi mesi sono state principalmente due le vertenze che abbiamo seguito, la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori dell’IPAB di Acireale e quella degli ex dipendenti della Qè di Paternò.
Nel primo caso, a seguito di 36 stipendi non ricevuti e di molti altri che con il passare dei mesi non arrivano, le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di salire sul tetto della loro azienda per fare pressione su quelle istituzioni che non hanno fin’ora adempito ai propri doveri, visto che l’IPAB è un ente regionale e i vari comuni interessati (tra cui il comune di Catania), nascondendosi dietro l’assenza di fondi, si rifiutano di pagare I propri debiti. Il gesto di protesta ha portato a un tavolo tecnico in prefettura, che si è però risolto con un nulla di fatto e proprio in questi giorni stiamo provando a capire, insieme ai dipendenti in questione, come portare avanti questa lotta che di certo non può arenarsi nella disperazione di tantissime famiglie finite sul lastrico nonostante un lavoro che, in teoria, dovrebbe garantirgli almeno il minimo indispensabile per sopravvivere.
La questione Qè, un call center con centinaia di lavoratori che da un giorno all’altro ha chiuso lasciando un numero impressionante di famiglie senza uno stipendio, è una lotta di lungo corso per la quale tantissimo la lavoratrici e i lavoratori si sono spesi tra mille difficoltà. L’ultimo momento intenso di lotta, a cui abbiamo partecipato in prima persona, è stata l’occupazione del comune di Paternò a pochi giorni dalla fine degli ammortizzatori sociali che fino a quel momento avevano garantito un minimo di reddito agli ex dipendenti, i quali però restano convinti, a ragione, dell’assenza totale della politica, che, al di là delle passerelle e delle promesse mai mantenute, non è riuscita a fornire risposte valide a una crisi che colpisce i lavoratori e l’intero territorio.

RETI SOLIDALI CONTRO LA POVERTA’ E PER I PIU’ DEBOLI.

Un altro ambito del quale vorremmo occuparci è quello dell’immigrazione e della povertà. Abbiamo già fatto qualcosa, stiamo studiando ed immaginando delle prospettive capaci di porci come soggetto politico utile alla questione. E’ giusto prima di tutto fare un piccolo passo indietro ed esternare un ragionamento politico molto semplice. Noi crediamo che il discorso della povertà non vada polarizzato: umanità e politica non vanno messi su due poli diversi, opposti, ma devono camminare insieme. Da un lato il tentativo che dobbiamo fare è quello di creare reti solidali capaci di non lasciare nessuno indietro, di non fare sentire nessuno solo, il che non vuol dire fare assistenzialismo, bensì sporcarsi le mani, stare con la gente in difficoltà e provare ad aiutarla materialmente, nell’immediato. Dall’altro lato non dobbiamo, certamente, dimenticare il lato politico e affrontare l’emergenza povertà, abitativa, sociale con un piano politico d’azione, indispensabile affinché la gente non ti confonda con la Caritas o qualsiasi altra associazione. Ma le due cose vanno insieme, non vanno separate. Se ci pensate le estreme destre hanno ricevuto consenso, legittimità e riconoscenza attraverso quei falsi banchetti alimentari e cose simili, riuscendo a radicarsi anche nei quartieri popolari o nelle periferie. E allora noi, per ritornare ad essere punto di riferimento per le masse popolari e la gente in difficoltà, non possiamo raccontarci le formule ideologiche perché ci fanno più fighi; non possiamo nemmeno pensare di raccontarle a chi ricerca un tetto sulla testa o una pagnotta sul tavolo. Dobbiamo invece rimboccarci le maniche e lavorare socialmente, creare legami sociali, far incontrare questa gente spesso sola e metterla in situazioni di comunità, far parlare un senza casa italiano con un immigrato richiedente asilo, sfuggendo dalla trappola del “la colpa è sempre di qualcuno che sta peggio”, ma costruendo materialmente delle reti sociali fatta da soggetti che si parlano e che insieme cooperano per vincere la povertà e il disagio sociale. Questa è la sfida che abbiamo davanti. E la stessa cosa vale per l’ambito specifico dell‘immigrazione. Dobbiamo avere da un lato un piano d’azione più concreto, umano, assistenziale, e da un lato quello più politico, realmente risolutivo. Anche qui le cose non devono essere polarizzate. L’ideale è recuperare spazi, aprire luoghi, vivere dei contesti dove possano esistere degli sportelli per gli immigrati, delle scuole di italiano, degli sportelli d’ascolto, utili anche a studiare la classe, capire come è scomposta e come la si può ricomporre, oltre ad essere utile a sbloccare permessi di soggiorno, fare vertenze ed insegnare banalmente l’italiano a chi non lo conosce. Esistono esperienze in Italia che vanno verso questa direzione? Sì. Funzionano? Sì. Non c’è molto tempo da perdere, bisogna agire!

ARTE POPOLARE E NUOVE SCENE: PER UNA CULTURA OPPOSITIVA!

Anche sull’ambito artistico ci stiamo muovendo, perché crediamo che una società senza arte popolare, è una società ancora in mano ai dominanti e agli oppressori. L’arte è un elemento importante in una società, soprattutto in quella odierna, di massa e appiattita, omologata e complessa nei suo rapporti. Da tempo in Piazzetta facciamo teatro popolare, jam session, open mic, laboratorio di chitarra e di hip hop. Tutte queste, ancora una volta, ci dimostrano che fare esistere diverse situazioni in uno stesso luogo comporta la presenza di diverse soggettività e la creazione, dunque, di molteplici legami sociali che messi in rete possono diventare un pericolo per chi detiene ancora oggi il potere. Quando poi questi legami e queste situazioni sociali vengono creati per via dell’arte, per via di un laboratorio, per via di un concerto o di uno spettacolo teatrale, tutto diventa più importante. Gli studenti delle scuole iniziano a capire che esiste qualcos’altro al di fuori dei corsi a pagamento costosissimi e delle radio dove passano solo musica di massa e di moda; la gente della zona vede ragazzi giovani fare arte e acquisisce speranza e serenità; il movimento che crei non diventa solo un movimento di gente che si incontra per bere birra e ascoltare un po’ di musica, ma diventa attivo dal momento in cui inserisci l’arte in un momento politico, con uno sfondo sociale, con dei motivi alle spalle, in un luogo di conflittualità. Aggreghi e crei consapevolezza, anche attraverso l’arte. Quello che ad esempio sta succedendo il giovedì ormai da più di un anno è davvero interessante: si fa writing, rap e break dance; si è creata una vera e propria piccola scena di hip hop in una città dove anche questa cultura è andata a scemare negli anni. Ed il laboratorio, proprio per ritornare sempre sulla questione principale, ti dà la possibilità di far avvicinare gente diversa magari da quella che frequenta il laboratorio di chitarra. Queste persone quando poi in una iniziativa più grossa le metti insieme, hai creato un nodo sociale e politico forte: per questo chi detiene il potere inizia a temerti, perché hai recuperato uno spazio, lo autogestisci, hai spostato dal mondo virtuale al mondo reale tanti giovani, hai messo insieme generazioni diverse, stili diversi, attraverso strumenti diversi, creando nuovi legami, componendo nuovi tessuti sociali che combattono l’isolamento, l’individualismo,la competizione e l’egoismo. Le ultime due idee lanciate nella nostra pagina facebook sono la compagnia teatrale “Menti Divise” e una piattaforma di poesia “Poeta del Buio”. Entrambi mirano a ridare senso all’arte che dal secondo dopoguerra in poi nello specifico, ma già a cavallo tra i due secoli, ha subito una mercificazione paurosa facendo perdere praticamente di senso la funzione dell’arte. Questa non può mirare alla bellezza fine a se stessa, ma deve porsi l’obbiettivo di educare le masse popolari. Ecco perché parliamo di arte popolare, affinché sia di tutti, delle masse, degli emarginati, degli ultimi, degli sfruttati.

RAMIFICAZIONE, RADICAMENTO, RADICALITA’: PER COSTRUIRE IL POTERE POPOLARE.

Alla fine di tutto, oltre queste narrazioni, dopo i racconti dei singoli ambiti di intervento che ci auguriamo di migliorare e portare avanti, c’è un senso che muove tutto questo, un obbiettivo ben chiaro. Noi non facciamo tutto questo solo per esistere, solo per dire che siamo vivi e che si possono fare tante cose alternative. Noi non facciamo 4-5-6 riunioni a settimana perché non abbiamo altro da fare. Non facciamo questo solo perché è bello. Noi facciamo tutto questo perché dietro ad ogni piccola cosa c’è un ragionamento, un senso e un obbiettivo. Dietro ad ogni vertenza c’è la possibilità di una vittoria e di creare consapevolezza ad un lavoratore in più. Dietro ad ogni spettacolo teatrale c’è la creazione di un nuovo legame sociale in più. Dietro ad ogni laboratorio c’è la possibilità che si aggreghi. Dietro a tutto questo c’è l’idea di costruire il potere popolare, cioè il potere delle masse popolari, di coloro che lavorano, dei giovani, dei disoccupati, dei poveri, dei precari, delle donne, di tutte e tutti coloro non hanno più voce dentro questo Paese, che sono vinti ma vorrebbero riscattarsi. Noi vogliamo costruire il potere perché al momento non lo deteniamo e chi lo detiene è ricco ed ha tutto. Attraverso studi, ricerche, sperimentazioni, dibattiti, confronti, ci siamo resi conto che quel potere risiede nelle strade delle nostre città, in ogni angolo dove esiste disagio e disperazione, in ogni quartiere popolare, in ogni periferia, in ogni scuola o posto di lavoro. Per questo noi vogliamo spazi, perché vogliamo sottrarli al dominio capitalista e vogliamo trasformarli in luoghi popolari, luoghi dove si crea e si rigenera continuamente la forza del popolo, degli oppressi. Ecco perché all’inizio e dentro il comunicato più volte siamo ritornati alle parole “tessuto sociale” “reti sociali” “legami sociali” “reti solidali” etc. E’ un chiave di lettura gramsciana: oggi non possiamo parlare solo di “Stato e rivoluzione”, ma partendo da questo dobbiamo avanzare un passo e parlare di “Società e rivoluzione”, tenendo in considerazione i nuovi spazi di socialità che esistono (basti pensare a quelli virtuali), o ricordandosi dell’esistenza delle masse all’interno della scena politica, o non dimenticandosi dell’egemonia culturale detenuta dalla classi dominanti, il potere simbolico-ideologico detenuto dai potenti, tutti i luoghi di formazione, educazione, ricerca che non vengono controllati direttamente da noi, da chi studia, vuole formarsi e vuole sapere. Dunque il potere popolare risiede nei territori e dobbiamo costruirlo. A fronte di una classe lavoratrice variegata e frammentata noi dobbiamo fornirci di strumenti capaci di analizzare, studiare ed intervenire rispetto alla classe, a ricomporre le linee, a ricomporre la classe. Attraverso il lavoro degli sportelli questo è possibile. Attraverso la riappropriazione degli spazi sarà possibile convogliare diverse generazioni, diverse vertenze, diverse fasce sociali in unici luoghi, politicizzati, dove si creano alternative, si resiste, ci si oppone e si creano le offensive. Noi dobbiamo anzitutto ricostruire legami sociali dentro i nostri territori, contro la marginalizzazione degli stessi dentro spazi virtuali, contro l’individualismo costruito a tavolino dal capitalismo. Dobbiamo, banalmente, amare gli altri, stare insieme, vivere insieme, costruire alternative insieme, creare affiatamento, società nuove, qui e ora.
Questo ci permetterà di fare controllo popolare, di costruirlo quel potere di cui prima parlavamo, di crescere sempre in numero e in qualità. Questo lavoro però, per funzionare, deve seguire una logica. La chiamiamo a caso “Le tre R”: ramificazione, radicamento, radicalità. Dobbiamo fare in modo che questa teoria veda una pratica ramificata nel territorio, non cristallizzata ad un luogo, ad un quartiere, ma capace di arrivare dalle periferie al centro storico, dalle scuole ai posti di lavoro, perché c’è necessità di moltiplicare i nodi sociali alternativi e convogliare le forze in un’unica rete sociale. Radicamento, importantissimo: dobbiamo esistere nei singoli territori, come esperienze politiche, e pesare politicamente dentro un territorio circoscritto. Il radicamento permette riconoscenza, legittimità, capacità di lettura della fase storica e di trasformazione del presente nell’immediato. Radicalità, perché non possiamo essere moderati, quieti, calmi e attendere che qualcosa cada dal cielo. Dobbiamo essere di parte, individuare il nemico e colpire, essere estremi, cioè netti, senza mezzi termini. Metterci la faccia e il nome, tutta la forza e la creatività che si ha, militando, essendo presenti, appunto esistendo.
Brevemente, sono questi i motivi del perché il 4 marzo voteremo Potere al Popolo, una lista popolare di cui facciamo parte e di cui ci stiamo occupando in tutta la Sicilia, non perché crediamo che la democrazia rappresentativa funzioni e le elezioni siano la risoluzione di tutte queste cose che stiamo dicendo, ma perché crediamo che possano essere il momento per dirle queste cose, per uscire da questo blog, per uscire dai nostri quartieri, per moltiplicare queste esperienze, per dargli visibilità e voce. Tutto qui.
Infine, proprio per il principio della ramificazione, è chiaro che stiamo iniziando a guardare oltre l’orizzonte della Piazzetta, perché ne necessitiamo tutti, noi come struttura politica, il movimento di questa città, le classi popolari, i giovani. E’ questo il portoncino che vogliamo lasciare aperto: chiunque voglia militare ci entri. Non abbiamo nulla da perdere. Dopo anni siamo tante e tanti, siamo ancora tutti giovani, siamo nelle scuole e all’università, lavoriamo, siamo precari, siamo disoccupati, siamo incazzati. Studiamo, abbiamo una teoria e una pratica. Vogliamo riprenderci tutto, oltre l’abbondanza, oltre la terra, oltre la vita: vogliamo assaltare il cielo, riprenderci la luna, vivere un sogno collettivo. Un mondo senza classi e senza Stato, senza sfruttamento ed oppressione. Iniziammo senza ereditare una tradizione politica, senza sapere cosa fosse la politica, ma armati di valori e principi abbiamo costruito la speranza in centinaia di persone che le cose possono cambiare. Noi non mangiamo i bambini, vorremo solo che la gente sia felice e che si ami, né più né meno. Questa cosa, piaccia o no, si chiama comunismo, e oltre questo noi vediamo solo le barbarie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *